

Parte terza.

1815-1848: dalla Restaurazione alle rivoluzioni.


Dieci.
La Restaurazione.


48. La Restaurazione e l'elogio della diplomazia.

Da: E. J. Hobsbawm, Le rivoluzioni borghesi, 1789-1848, Il
Saggiatore, Milano, 1963.

Nei quaranta anni successivi al congresso di Vienna non si
verific alcun conflitto armato fra le grandi potenze europee.
Scoppiarono moti rivoluzionari che sconvolsero periodicamente la
stabilit internazionale, si accesero contrasti tra i maggiori
stati, specialmente in aree calde come il Mediterraneo orientale,
eppure, tra secche e vortici, la navicella diplomatica riusciva,
sia pur difficilmente, a trovare una striscia d'acqua per navigare
senza collisioni. Sovrani e statisti, consapevoli che nuove
guerre avrebbero potuto far scoppiare nuove rivoluzioni e che
queste avrebbero definitivamente sepolto gli antichi regimi, prima
disegnarono una carta d'Europa pi equilibrata possibile, anche se
tutt'altro che rispettosa delle aspirazioni dei popoli, e quindi
si sforzarono di mantenere equilibrio e pace, usando come
strumento principale la diplomazia.  per questo, sostiene lo
storico inglese Eric John Hobsbawm, che la nostra generazione,
che in maniera tanto spettacolare si  rivelata incapace di
assolvere il compito fondamentale della diplomazia internazionale,
cio quello di evitare le guerre mondiali,  perci portata a
considerare gli statisti e i metodi del 1815-1848 con un rispetto
che non sempre sentirono le generazioni immediatamente
successive.


Dopo pi di vent'anni di guerre e di rivoluzioni quasi
ininterrotte, gli antichi regimi, che ne erano usciti vittoriosi,
si trovarono ad affrontare problemi particolarmente difficili e
pericolosi concernenti la stipulazione e il mantenimento della
pace. Si dovevano spazzar via i detriti di due decenni, si
dovevano ridistribuire i territori conquistati. E, soprattutto,
ogni statista intelligente si rendeva chiaramente conto che d'ora
in poi in Europa nessuna guerra di notevoli proporzioni sarebbe
stata pi tollerabile: una tale guerra, infatti, avrebbe
significato quasi certamente una nuova rivoluzione e, di
conseguenza, la distruzione degli antichi regimi. [...] Sovrani e
statisti non erano certo pi saggi o pi pacifici di prima. Ma,
indubbiamente, avevano pi paura.
E furono anche insolitamente fortunati. Non si ebbe, infatti, in
Europa alcuna guerra generale o alcun conflitto armato tra grandi
potenze in tutto il periodo che intercorse tra la sconfitta di
Napoleone e la guerra di Crimea del 1854-1856. Anzi, a parte
questa, non si ebbe, in tutto il periodo dal 1815 al 1914, alcuna
guerra nella quale fossero coinvolte pi di due potenze. Il
cittadino del secolo ventesimo pu ben apprezzare tutta
l'importanza di questo fatto. Esso fu tanto pi rilevante in
quanto la scena internazionale era tutt'altro che tranquilla e le
occasioni di conflitto abbondavano. I movimenti rivoluzionari
sconvolsero periodicamente la stabilit internazionale
faticosamente conquistata: subito dopo il 1820, specialmente
nell'Europa meridionale, nei Balcani e nell'America latina; dopo
il 1830 nell'Europa occidentale (soprattutto nel Belgio); e,
ancora una volta, alla vigilia della rivoluzione del 1848. Il
declino dell'impero turco, minacciato sia dalla dissoluzione
interna, sia dalle ambizioni di grandi potenze rivali -
specialmente della Gran Bretagna, della Russia e, in misura
minore, della Francia - fece della cosiddetta Questione
d'Oriente una causa permanente di crisi: essa mise in fermento la
Grecia dopo il 1820, l'Egitto dopo il 1830, e, pur essendosi
calmata dopo un conflitto particolarmente acuto verificatosi nel
1839-1841, rimase tuttavia potenzialmente esplosiva pi o meno
come prima. I rapporti tra Gran Bretagna e Russia erano quanto mai
tesi a proposito del Vicino Oriente e della terra di nessuno che
divideva i due imperi in Asia. La Francia era tutt'altro che
rassegnata a una posizione tanto modesta in confronto a quella che
aveva prima del 1815. Eppure, tra secche e vortici, la navicella
diplomatica riusciva, sia pur difficilmente, a trovare una
striscia d'acqua per navigare senza collisioni.
La nostra generazione, che in maniera tanto spettacolare si 
rivelata incapace di assolvere il compito fondamentale della
diplomazia internazionale, cio quello di evitare le guerre
mondiali,  perci portata a considerare gli statisti e i metodi
del 1815-1848 con un rispetto che non sempre sentirono le
generazioni immediatamente successive. Talleyrand, che diresse la
politica estera francese dal 1814 al 1815, viene preso ancor oggi
a modello dai diplomatici francesi. Castlereagh, George Canning e
il visconte Palmerston, che furono ministri degli Esteri della
Gran Bretagna rispettivamente nel 1812-1822, nel 1822-1827 e in
tutte le amministrazioni non tory dal 1830 al 1852, hanno oggi
acquistato, retrospettivamente, la statura, non del tutto
appropriata, di giganti della diplomazia. Il principe Metternich,
che fu primo ministro austriaco in tutto il periodo che va dalla
sconfitta di Napoleone alla sua stessa deposizione, avvenuta nel
1848, viene oggi considerato talvolta null'altro che un
inflessibile nemico di ogni trasformazione, ma pi sovente,
invece, un saggio difensore della stabilit. [...].
L'ammirazione  in un certo senso giustificata. La sistemazione
dell'Europa dopo le guerre napoleoniche non fu n pi giusta n
pi morale di qualunque altra, ma dati gli scopi del tutto
antiliberali e antinazionali (cio antirivoluzionari) di coloro
che la attuarono, fu certo una sistemazione realistica e
sensibile. Non si cerc affatto di sfruttare la vittoria totale
sulla Francia per non provocare nei Francesi una nuova ondata di
giacobinismo. Le frontiere della nazione sconfitta ne uscirono
anzi leggermente migliorate rispetto al 1789, la cifra dei
risarcimenti in denaro fu tutt'altro che irragionevole,
l'occupazione da parte delle truppe straniere fu di breve durata
e, infine, nel 1818 la Francia veniva gi riammessa alla pari a
far parte del concerto d'Europa - queste condizioni sarebbero
state ancora pi moderate se non fosse stato per il fallito
tentativo dei Cento giorni di Napoleone nel 1815. I Borbone
tornarono al potere, ma era gi sottinteso che dovessero fare
delle concessioni ai pericolosi sentimenti dei loro sudditi.
Vennero cos accettate le maggiori trasformazioni portate dalla
Rivoluzione e venne decretato quel dispositivo incendiario che 
la Costituzione - bench, naturalmente, in maniera estremamente
moderata - sotto forma di uno Statuto spontaneamente concesso
dal monarca assoluto nuovamente insediato sul trono di Francia
Luigi diciottesimo.
La carta d'Europa venne ridisegnata senza alcun riguardo per le
aspirazioni dei popoli o per i diritti dei numerosi prncipi che
una volta o l'altra erano stati spodestati dai Francesi, ma
tenendo invece in gran conto l'equilibrio delle cinque grandi
potenze emerse dalla guerra: la Russia, l'Inghilterra, la Francia,
l'Austria e la Prussia. Solo le prime tre contavano veramente. La
Gran Bretagna non aveva ambizioni territoriali sul continente, ma
prefer tenere sotto controllo o stendere una mano protettrice su
taluni punti di importanza marittima e commerciale. Perci si
tenne Malta, le isole dello Ionio e Helgoland [isola del mare del
Nord], mantenne un occhio vigile sulla Sicilia, e trasse inoltre
evidentissimi benefici dal passaggio della Norvegia dalla
Danimarca alla Svezia, che impediva il controllo dell'ingresso del
Mar Baltico da parte di un singolo Stato, nonch dall'unione
dell'Olanda col Belgio (gli ex Paesi Bassi austriaci) che metteva
le foci del Reno e della Schelda nelle mani di uno Stato innocuo
ma abbastanza forte - specialmente grazie alle fortificazioni
costruite lungo le frontiere meridionali - da resistere alle
aspirazioni che la Francia aveva ovviamente sul Belgio. Ambedue le
sistemazioni suscitarono profonda impopolarit tra i Belgi e i
Norvegesi; in Norvegia tale situazione dur solo fino alla
rivoluzione del 1830. Dopo qualche attrito tra Francesi e Inglesi,
il potere tocc a una piccola monarchia permanentemente neutrale
governata da un principe scelto dalla Gran Bretagna. Nei paesi
coloniali le ambizioni territoriali britanniche erano naturalmente
molto maggiori, bench il controllo assoluto esercitato dalla
marina inglese su tutti i mari rendesse poco importante il fatto
che questo o quel territorio si trovasse o no sotto la bandiera
della Gran Bretagna; con l'eccezione per dei confini nord-
occidentali dell'India, dove solo regioni o principati deboli e
caotici separavano l'impero inglese da quello russo. Ma la
rivalit tra queste due potenze non interessava affatto i
territori che dovevano essere risistemati nel 1815. In Europa gli
interessi britannici esigevano solo che nessuna potenza fosse
troppo forte.
La Russia, la massima potenza militare terrestre, soddisfece le
proprie limitate ambizioni territoriali con l'annessione della
Finlandia (a spese della Svezia), della Bessarabia (a spese della
Turchia) e della maggior parte della Polonia, alla quale vennero
concessi un certo grado di autonomia e un governo affidato a
quella fazione locale che aveva sempre caldeggiato un'alleanza con
la Russia. Dopo la sollevazione del 1830-1831 quest'autonomia
venne abolita. Il rimanente della Polonia venne suddiviso tra la
Prussia e l'Austria, ad eccezione della citt repubblica di
Cracovia, che a sua volta non sopravvisse alla sollevazione del
1846. Per il resto, la Russia si accontent di esercitare una
egemonia remota, ma tutt'altro che inefficace, su tutti i
principati assoluti a oriente della Francia, poich il suo
principale interesse era di evitare la rivoluzione. A tale scopo
lo zar Alessandro promosse la Santa Alleanza, cui aderirono
l'Austria e la Prussia, ma non l'Inghilterra. Dal punto di vista
britannico questa egemonia della Russia sulla maggior parte
d'Europa era forse un accomodamento non del tutto ideale, ma era
un riflesso della situazione militare, e non poteva essere evitato
se non lasciando alla Francia un potere ben pi grande di quanto i
suoi ex avversari fossero disposti a concedere, oppure al prezzo
intollerabile di una guerra. Alla Francia venne esplicitamente
riconosciuto il rango di grande potenza, ma nessuno era allora
disposto a far di pi.
L'Austria e la Prussia in realt erano considerate grandi potenze
solo per una questione di cortesia: cos almeno si riteneva
(giustamente) in considerazione della ben nota debolezza
dell'Austria in tempi di crisi internazionale e (erroneamente) in
considerazione del collasso della Prussia nel 1806. La loro
funzione principale in Europa era quella di stabilizzatori.
All'Austria vennero restituite le sue province italiane, pi gli
ex territori veneziani, italiani, dalmati, e le venne anche
affidato il protettorato sui principati minori dell'Italia
settentrionale e centrale, governati per la maggior parte da
persone imparentate con gli Absburgo (eccettuato il regno di
Piemonte e Sardegna, che assorb l'ex repubblica genovese per
costituire un cuscinetto pi efficiente tra l'Austria e la
Francia). Se in un punto qualunque dell'Italia c'era da mantenere
l'ordine, il poliziotto in carica era l'Austria. Poich il suo
unico interesse era la stabilit (altrimenti avrebbe corso il
rischio di disintegrarsi), si poteva contare che essa avrebbe
costituito una salvaguardia permanente contro qualunque tentativo
di sovvertire l'ordine nel continente. Alla Prussia giov invece
il desiderio britannico di inserire una potenza ragionevolmente
forte nella Germania occidentale - una regione i cui principati
avevano da tempo mostrato una certa tendenza ad associarsi con la
Francia, o che dalla Francia poteva essere dominata - ed essa
ricevette la Renania, delle cui immense potenzialit economiche i
diplomatici aristocratici non seppero rendersi conto. E le giov
anche il conflitto fra la Russia e la Gran Bretagna a proposito
dell'espansione russa in Polonia, che gli Inglesi consideravano
eccessiva. Il risultato finale di tutta una serie di complesse
trattative, punteggiate qua e l da minacce di guerra, fu che essa
cedette alla Russia una parte dei territori polacchi che le erano
appartenuti, ma ricevette in cambio met della ricca e industriale
Sassonia. Dal punto di vista territoriale ed economico, nella
sistemazione del 1815 la Prussia guadagn, in proporzione, pi di
qualunque altra nazione, e divenne anzi per la prima volta una
delle grandi potenze europee per quel che riguarda le risorse
materiali; ma gli uomini politici non se ne resero conto se non
dopo il 1860 [quando, guidata dal Bismarck, la Prussia avvier una
pi decisa politica di potenza]. L'Austria, la Prussia e tutta la
moltitudine di Stati minori tedeschi - la cui principale funzione
internazionale era di fornire prncipi di buona razza alle case
regnanti d'Europa - si sorvegliavano l'un l'altro in seno alla
Confederazione tedesca di cui facevano parte, nella quale per
l'Austria aveva un incontrastato diritto di anzianit. La
principale funzione internazionale della Confederazione era di
allontanare gli Stati minori dall'orbita francese attorno alla
quale tendevano per tradizione a gravitare. Ad onta di tutti i
dinieghi nazionalisti, infatti, essi erano stati tutt'altro che
infelici come satelliti della Francia napoleonica.
Gli statisti del 1815 erano abbastanza saggi da riconoscere che
nessun accomodamento, per quanto architettato, avrebbe potuto
resistere, a lungo andare, alla pressione esercitata dalle
rivalit fra i vari Stati e dalla variabilit delle circostanze.
Di conseguenza escogitarono un meccanismo che avrebbe dovuto
mantenere la pace - affrontando e risolvendo tutti i problemi di
maggior rilievo non appena questi si presentassero - per mezzo di
regolari congressi. Era naturalmente sottinteso che in essi la
parola decisiva spettasse sempre alle grandi potenze (il termine
stesso  un'invenzione di quel periodo). Il concerto d'Europa -
altra parola venuta in uso allora - non corrispondeva a quella che
 oggi l'Organizzazione delle Nazioni Unite, ma piuttosto al
comitato permanente del Consiglio di Sicurezza dell'ONU. I
congressi regolari non si tennero per che per pochi anni:
precisamente, dal 1818, quando la Francia venne ufficialmente
riammessa al concerto, fino al 1822.
